Noterelle sulla politica del Gramsci[1]
Questi
due punti fondamentali – formazione di una volontà collettiva
nazionale-popolare di cui il moderno Principe è nello stesso tempo
l’organizzatore e l’espressione attiva e operante, e riforma intellettuale e morale
– dovrebbero costituire la struttura del lavoro. I punti concreti di programma
devono essere incorporati nella prima parte, cioè dovrebbero «drammaticamente»
risultare dal discorso, non essere una fredda e pedantesca esposizione di
raziocini.
1. È quanto si legge nel quaderno intitolato Noterelle sulla politica del Machiavelli.[2] Inizierò dunque, seguendo queste indicazioni, «drammaticamente», constatando che oggi è possibile che in Europa un leader di destra faccia riferimento a Gramsci mettendo in atto con successo una «rivoluzione passiva». In Francia, intervistato su Le Figaro (27 aprile 2007), Nicolas Sarkozy ha dichiarato che la sua non è una lotta politica (un combat politique) ma ideologica (un combat idéologique), precisando: «In fondo, ho fatto mia l’analisi di Gramsci: il potere si raggiunge con le idee».[3]
Sarkozy ha rivendicato di aver iniziato, da quando era ministro dell’Interno nel 2002, una lotta per la padronanza del dibattito di idee (un combat pour la maîtrise du débat d’idées), cioè, nei termini di Gramsci, per l’egemonia. Ha riassunto il proprio «gramscismo» nei seguenti punti. Primo: la sicurezza, intesa come ordine pubblico e come valore al servizio di tutte le classi sociali; anzi, secondo Sarkozy, «prima di tutto al servizio dei più poveri» (avant tout au service des plus pauvres). Secondo: cancellare, nella scuola e nella società, l’eredità del Sessantotto. Terzo: condannare il relativismo culturale, intellettuale e morale. Quarto: l’identità nazionale come punto di riferimento; «molti operai, gente di sinistra – egli spiega –, vogliono che si parli loro della nazione» (Beaucoup d’ouvriers, de gens de gauche, veulent qu’on leur parle de la nation).[4] Quinto: i valori non sono né di destra né di sinistra; per esempio: «La nazione, il potere d’acquisto, il lavoro sono valori che vanno al di là della sfaldatura destra-sinistra» (La nation, le pouvoir d’achat, le travail sont des valeurs qui vont bien au-delà du clivage droite-gauche). Sesto: la meritocrazia; Sarkozy è per la promozione e rimprovera a Ségolène Royal il livellamento (Je suis pour la promotion, elle est pour le nivellement). Settimo: contrastare l’immigrazione e difendere le radici cristiane dell’Europa. Altrimenti detto: razzismo e xenofobia.
Pochi mesi dopo la sconfitta elettorale, Ségolène Royal è stata invitata a Bologna al Festival dell’Unità, il giornale fondato da Antonio Gramsci (e ora messo in vendita). A chi le poneva domande sui nuovi poteri di polizia richiesti dai sindaci in Italia, la leader socialista non ha risposto, come avrebbe fatto il leader di destra, richiamandosi a Gramsci, in termini di egemonia, ma ha espresso un punto di vista il cui contenuto è indistinguibile da quello di Sarkozy:
Credo che ciò che conta sia capire la gente. C’è un
principio fondamentale nella Costituzione, ed è il diritto alla sicurezza, alla
libertà di entrare e di uscire di casa. Siamo ben coscienti che coloro che sono
più esposti alla insicurezza sono proprio le categorie più modeste e per troppo
tempo abbiamo vissuto un fossato fra un’ideologia di sinistra ed il vissuto
quotidiano di milioni di persone. Accade che c’è un grande divario fra
l’esperienza degli amministratori di sinistra e il discorso ideologico. Invece
c’è una risposta di sinistra alla questione della sicurezza, che consiste nel
dire che ci sono tanti tipi di insicurezza – futuro, scuola, lavoro, diritto e
corpo – e che sono tutti collegati fra loro. […] Sarkozy ha capito quello che
io stessa avevo capito subito, e su cui come sempre sono stata attaccata. Ha capito
che molti francesi non si considerano né di destra né di sinistra. E dunque sta
cercando di creare una illusione che dia la sensazione che si procede su una
strada unanime, la illusione della illusione. Ma quel che vale alla fine
saranno i fatti.[5]
Purtroppo in Italia i fatti parlano chiaro. Estate 2007: Capitelli, sindaca di centro-sinistra a Pavia, fa sgombrare un capannone industriale occupato da decine di famiglie di senzatetto.[6] Analoghi provvedimenti a Torino (dove è sindaco di centro-sinistra Chiamparino): sgombero in via Rossetti 34 ex Fimit, sgombero all’ex Manifattura Tabacchi, sgombero in strada del Portone cimitero sud e sgombero in corso Grande Torino.[7] A Firenze, l’assessore di centro-sinistra alla Sicurezza urbana, Cioni, scrive un’ordinanza che prevede una denuncia penale per i lavavetri e l’arresto fino a tre mesi. Domenici, sindaco di centro-sinistra, scomoda il principio dell’«analisi concreta della situazione concreta» e definisce l’ordinanza «leninista».[8] Di fronte a questo «leninismo», non si fa attendere la risposta del sindaco di Verona, il leghista Tosi: «Un provvedimento interessante. Staremo a vedere l’efficacia e se veramente l’ordinanza avrà effetto deterrente sul fenomeno dei lavavetri, la adotteremo anche noi».[9] Asor Rosa scrive una lettera, pubblicata sul Corriere della sera in prima pagina (4 settembre 2007), col titolo Mi dimetto da intellettuale di sinistra, in cui dichiara di trovare «indecente l’ordinanza del Comune di Firenze sui lavavetri». Ma l’indignazione non risparmia i lavavetri, paragonati a insetti. I sindaci, sentenzia Asor Rosa, «menano fendenti sulle mosche, così il pubblico si distrae e non pensa ad altro». Come il «leninismo» di Cioni, Domenici e Tosi, anche questa affermazione andrebbe rubricata, alla luce di Gramsci, fra gli «aspetti deteriori e bizzarri della mentalità di un gruppo di intellettuali italiani e quindi della cultura nazionale» (Q. 2321). Si tratta di puro e semplice «lorianismo», per dirla con un neologismo gramsciano non sempre registrato nei dizionari della lingua italiana.[10] L’esclusione è indicativa della rimozione, anche da parte degli storici, di una questione centrale, sulla quale Gramsci ebbe modo di riflettere per venti anni esatti, dal giovanile articolo pubblicato su L’Avanti! nel 1915 (l’ironico Pietà per la scienza del prof. Loria) fino a un intero quaderno, il penultimo, ventottesimo, datato 1935, intitolato appunto Lorianismo. Con riferimento al professore di scuola positivista e sedicente materialista storico, Achille Loria (1857-1943), «sotto il titolo comprensivo di “lorianismo”» Gramsci segnalava instancabilmente esempi di «irresponsabilità verso la formazione della cultura nazionale»:
Loria non è un caso teratologico individuale: è invece
l’esemplare più compiuto e finito di una serie di rappresentanti di un certo
strato intellettuale di un determinato periodo storico; in generale di quello
strato di intellettuali positivisti che si occuparono della quistione operaia e
che erano più o meno convinti di approfondire e rivedere e superare la
filosofia della prassi. Ma è da notare che ogni periodo ha il suo lorianismo
più o meno compiuto e perfetto e ogni paese ha il suo: l’hitlerismo ha mostrato
che in Germania covava, sotto l’apparente dominio di un gruppo intellettuale
serio, un lorianismo mostruoso che ha rotto la crosta ufficiale e si è diffuso
come concezione e metodo scientifico di una nuova «ufficialità». Che Loria
potesse esistere, scrivere, elucubrare, stampare a sue spese libri e libroni,
niente di strano: esistono sempre gli scopritori del moto perpetuo e i parroci
che stampano continuazioni della Gerusalemme Liberata. Ma che egli sia
diventato un pilastro della cultura, un «maestro», e che abbia trovato
«spontaneamente» un grandissimo pubblico, ecco ciò che fa riflettere sulla
debolezza, anche in tempi normali, degli argini critici che pur esistevano: è
da pensare come, in tempi anormali, di passioni scatenate, sia facile a dei
Loria, appoggiati da forze interessate, di traboccare da ogni argine e di
impaludare per decenni un ambiente di civiltà intellettuale ancora fragile e
gracile.
Solo oggi (1935), dopo le manifestazioni di brutalità
e di ignominia inaudita della «cultura» tedesca dominata dall’hitlerismo,
qualche intellettuale si è accorto di quanto fosse fragile la civiltà moderna –
in tutte le sue espressioni contraddittorie, ma necessarie nella loro
contraddizione – che aveva preso le mosse dal primo rinascimento (dopo il
Mille) e si era imposta come dominante attraverso la Rivoluzione francese e il
movimento d’idee conosciuto come «filosofia classica tedesca» e come «economia
classica inglese».
Quanto la civiltà moderna covi ancora oggi razzismo e xenofobia lo dimostra la seguente dichiarazione: «Chi è di sinistra non deve temere di sembrare razzista solo perché ci tiene alla sicurezza. […] Se il sindaco Domenici si è mosso vuol dire che la considerava una priorità. Meglio agire a seconda delle priorità percepite che andare avanti con il benaltrismo». Questi sono gli argomenti del presidente di centro-sinistra della provincia di Milano, Penati, che definisce il benaltrismo come «incurabile malattia infantile di una certa sinistra: dire che i problemi veri sono ben altri e concentrarsi sui massimi sistemi».[11] Anche Hitler, studiato da Gramsci come espressione di «lorianismo», considerava la sicurezza dei cittadini come priorità assoluta e non temeva di apparire razzista. Il nazionalsocialismo nasceva dall’urgenza di conciliare l’essere di sinistra (socialismo) con la sicurezza (nazionalismo). L’autore di Mein Kampf era concentrato sulla questione della sicurezza al punto di dichiarare: «Seguo il mio cammino con la precisione e la sicurezza di un sonnambulo».[12]
A proposito di sicurezza, i dati raccolti dallo stesso Comune di Firenze evidenziano come, negli ultimi due anni, «a fronte di oltre 1500 controlli effettuati sui lavavetri siano stati rilevati solo 11 episodi costituenti reato».[13] Più in generale, l’allarme sull’ordine pubblico è ingiustificato alla luce delle notizie fornite dal ministero dell’Interno. In Italia gli omicidi hanno raggiunto nel 2006 il livello più basso degli ultimi 30 anni, i furti in abitazione il più basso degli ultimi 20, gli scippi il più basso degli ultimi 30.[14]
Critico verso i provvedimenti dei sindaci è il segretario generale del Sindacato Italiano Lavoratori Polizia, Claudio Giardullo: «Si seguono gli umori dei cittadini, si mira a dare risposte momentanee alla percezione di insicurezza. Ma una moderna politica di sicurezza è equa ed efficace solo se non confonde le priorità. Mettere insieme lavavetri, prostitute e criminalità è sbagliato in partenza».[15]
Ma perché cittadini delle più diverse classi sociali, intellettuali e politici anche di sinistra sono così angosciati alla vista dei lavavetri, dei nomadi e delle prostitute, o infastiditi come da pulci, mosche e tafani? L’angoscia e il fastidio nascono da un processo di identificazione inconscio quanto inevitabile. Chi non percepisce dentro di sé che nell’epoca della globalizzazione finanziaria siamo tutti condannati, chi più e chi meno, chi prima e chi dopo, a essere, in senso letterale o metaforico, lavavetri, nomadi e prostitute al servizio della finanza globale?
Alla domanda: «perché gli zingari fanno tanta paura?», Moni Ovadia risponde ricordando che «i rom sono l’unico popolo sulla faccia della Terra a meritare per davvero il premio Nobel per la pace: non hanno mai fatto la guerra ad altri popoli, non hanno mai avuto un esercito»:
È un fenomeno sotterraneo. Siamo tutti carini col diverso
quando ci fa comodo. Esserlo con gli ebrei, per esempio, va di moda. Perché? Ci
assomigliano molto di più che in passato, non sono più gli ebrei della
diaspora, quelli che inquietavano l’Occidente con la loro coscienza critica.
Sì, c’è ancora oggi qualche ebreo barbuto che rompe le scatole, ma eccezioni a
parte anche gli ebrei hanno il loro Stato e il loro esercito. Anche gli ex
fascisti si dichiarano loro difensori. Lo zingaro no, ci inquieta, mette in
scena lo straniero che è in noi. Lo zingaro oggi è l’alterità vera.[16]
Gli emarginati sono lo specchio, tanto fedele quanto insopportabile, della nostra condizione reale. Nessuno è invulnerabile di fronte alla guerra che il capitale finanziario ha scatenato contro l’umanità.[17] Mentre il muro di Berlino, le frontiere nazionali e le torri di New York sono stati abbattuti nell’interesse della finanza globale, i confini fra gli esseri umani si moltiplicano incessantemente. Da uno studio di Hans Kristensen sulla presenza militare degli Stati Uniti in Europa, si apprende che nelle basi italiane si trovano illegalmente (violando fra l’altro la legge 185 del 9 luglio 1990) novanta bombe atomiche americane: cinquanta ad Aviano e quaranta a Ghedi La Torre.[18]
Armi e soldi – a differenza degli esseri umani – non hanno bisogno di permesso di soggiorno. Con la fine della guerra fredda, è iniziata una nuova guerra mondiale, la quarta:
In
questa nuova guerra mondiale, la politica moderna come organizzatrice dello
Stato Nazionale non esiste più. Ora la politica è solo una organizzazione
economica e i politici sono moderni amministratori di impresa. I nuovi padroni
del mondo non sono al governo, non ne hanno bisogno. I governi «nazionali» si
incaricano di amministrare gli affari nelle differenti regioni del mondo.
Questo è il «nuovo ordine mondiale», l’unificazione del mondo intero in un solo
mercato.[19]
Se nei Quaderni Gramsci insegna che esistono relazioni fra la mitologia dell’irrazionalismo filosofico e l’ideologia dei romanzi d’appendice, oggi molto si può imparare dalla fiction globalizzata della televisione. Nel quinto episodio della prima serie di Sex and the city, intitolato Il giusto scambio (The power of female sex), Carrie va a fare shopping: quando scopre che la sua carta di credito non è in regola, entra in scena Amalita, che la giornalista definisce «Euro-trash».[20] Quest’amica, una prostituta, non ha difficoltà a trovare i soldi per il paio di scarpe che la protagonista non potrebbe altrimenti acquistare. Importa sottolineare non solo l’origine italiana di Amalita, ma il fatto che, se nella versione americana Amalita parla un inglese con accento italiano, nella versione italiana ha invece un accento napoletano. Morale della favola: negli Stati Uniti lo stereotipo della prostituzione è made in Itay, in Italia lo stesso stereotipo è meridionale. Non a caso in Italia la povertà si concentra al sud, dove è povero (meno di mille euro per vivere in due) un nucleo familiare su quattro.[21]
Alcuni temi inediti per il moderno Principe offre oggi la questione meridionale. La mafia è la prima azienda con oltre 90 miliardi di euro di fatturato, «una cifra intorno al 7% del pil nazionale, pari a 5 manovre finanziarie, 8 volte il mitico “tesoretto”», come si legge nel Decimo Rapporto di Sos Impresa, presentato a Roma il 22 ottobre 2007 da Confesercenti: «Dalla filiera agroalimentare al turismo, dai servizi alle imprese a quelli alla persona, agli appalti, alle forniture pubbliche, al settore immobiliare e finanziario la presenza si consolida in ogni attività economica». Ancora: «Nei cantieri sotto controllo mafioso si lavora e ‘basta’, i diritti sindacali non esistono, le norme di sicurezza sono un optional».[22]
Ecco i risultati: 537.910 incidenti sul lavoro in Italia nei primi sette mesi del 2007; 719 le vittime, con un aumento dell’1,7% rispetto all’anno passato. Il potere mafioso ha scoperto nel sistema bancario il centro nevralgico dei propri affari: «i soldi si ripuliscono nelle banche», spiega il presidente dell’Antimafia Forgione. E aggiunge: «Oramai le attuali mafie dispongono di una tale quantità di denaro che diventa sempre più egemone una borghesia mafiosa, senza la quale questi soldi non potrebbero essere né reinvestiti né reinseriti nel circuito legale».[23]
La lotta contro la borghesia mafiosa non è naturalmente una questione di identità nazionale, ma è il compito verso il quale occorre mobilitare quella che Gramsci chiamerebbe una volontà collettiva nazionale-popolare.
2. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà. Se la destra si richiama a Gramsci e la sinistra rinuncia alla propria egemonia, vuol dire che è venuto il momento, prendendo a modello il Quaderno 13, di scrivere delle Noterelle sulla politica del Gramsci. Occorre rapportarsi a Gramsci negli stessi termini in cui quest’ultimo si rapportava a Machiavelli: non attraverso «una fredda e pedantesca esposizione di raziocini», ma «drammaticamente» (Q. 1561).
Al pari di quella di Machiavelli, l’opera di Gramsci ha, come «carattere fondamentale», «quello di non essere una trattazione sistematica ma un libro “vivente”». Da un lato, Gramsci invita a non considerare le pagine da lui scritte come «disquisizioni e classificazioni pedantesche di principii e criteri di un metodo d’azione» (p. 1555); d’altro lato, consegna al lettore il compito di «cercare negli scrittori politici precedenti al Machiavelli se esistono scritture configurate come il Principe» (ibidem).
Si noterà che anche Cristina da Pizzano «dette alla sua concezione la forma fantastica e artistica», per cui il «processo di formazione di una determinata volontà collettiva, per un determinato fine politico» (in questo caso l’autocoscienza femminile finalizzata alla costruzione di una società antimaschilista e non discriminante nei confronti delle donne) «viene rappresentato non attraverso disquisizioni e classificazioni pedantesche di principii e criteri di un metodo d’azione, ma come qualità, tratti caratteristici, doveri, necessità di una persona concreta», precisamente di una donna, Cristina stessa, la quale, dopo aver riflettuto «sui motivi e le cause per cui tanti uomini diversi tra loro per condizione, i chierici come gli altri, erano stati ed erano ancora così propensi a dire e a scrivere nei loro trattati tante diavolerie e maldicenze sulle donne e la loro condizione», scrive:
in
ogni trattato filosofi e poeti, predicatori e la lista sarebbe lunga, sembrano
tutti parlare con la stessa bocca, tutti d’accordo nella medesima conclusione,
che il comportamento delle donne è incline a ogni tipo di vizio. Profondamente
assorta in ciò io, che sono nata donna, presi a esaminare me stessa e la mia
condotta, e allo stesso modo pensavo alle altre donne che avevo frequentato,
tanto le numerose principesse e le gran dame, come le donne di media e bassa
condizione, che avevano voluto graziosamente confidarmi le loro vicende
personali e i loro intimi pensieri. Volevo capire in coscienza e in modo
imparziale se poteva essere vero ciò che tanti uomini illustri, gli uni come
gli altri, testimoniavano. Ma, nonostante quello di cui potevo essere a
conoscenza, e per quanto a lungo e profondamente esaminassi la questione, non
riuscivo a riconoscere né ad ammettere il fondamento di questi giudizi contro
la natura e il comportamento femminile. Continuai tuttavia a pensare male delle
donne: ritenevo che sarebbe stato troppo grave che uomini così famosi, tanti
importanti intellettuali di così grande intelligenza, così sapienti in tutto,
come sembra che fossero quelli, avessero scritto delle menzogne e in tanti
libri, che stentavo a trovare un’opera morale, indipendentemente dall’autore,
senza incappare, prima di terminare la lettura, in qualche capitolo o chiosa di
biasimo alle donne. Questa unica e semplice ragione mi faceva concludere che,
benché il mio intelletto nella sua semplicità e ignoranza non sapesse
riconoscere i grandi difetti miei come delle altre donne, doveva essere
veramente così. Era in questo modo che mi affidavo più ai giudizi altrui che a
ciò che io sentivo e sapevo. Rimasi immersa in questi pensieri così a lungo e
tanto profondamente da sembrare caduta in catalessi e mi venivano in mente un
gran numero di autori, che riesaminavo uno dopo l’altro, come lo scroscio di
una fontana assordante.[24]
Cristina immagina una trinità al femminile – Ragione, Rettitudine e Giustizia – che si affaccia «drammaticamente» alla sua coscienza. Così l’«ideologia politica», direbbe Gramsci, «si presenta non come fredda utopia né come dottrinario raziocinio, ma come una creazione di fantasia concreta» (Q. 1556):
Ti
comunico che la nostra apparizione qui non è casuale, perché non facciamo nulla
senza una buona ragione. Non siamo solite andare ovunque e farci conoscere da
chicchessia, ma tu, grazie al grande amore che hai per la ricerca della verità,
che persegui con lo studio continuo, e per il quale sei venuta qui, in
solitudine e lontana dal mondo, ti sei resa degna di una nostra visita, come
una cara amica, e di essere consolata dal turbamento e dalla tristezza, per
illuminarti su ciò che amareggia e turba il tuo animo, rendendo cupi i tuoi
pensieri.[25]
Segue «un passaggio», per dirla con Gramsci, «di grande efficacia artistica» (Q. 1555):
C’è un’altra ragione, più importante e speciale, per
cui siamo venute, che capirai dalle nostre parole: per cacciare dal mondo
questo errore in cui tu eri caduta, affinché le dame e le donne di merito
possano avere d’ora in avanti un luogo dove potersi rifugiare e difendere
contro così tanti assalitori. Le dame sono state abbandonate per molto tempo,
allo scoperto come un campo senza siepe, senza trovare nessun campione che le
difendesse adeguatamente; questo nonostante il fatto che secondo giustizia gli
uomini nobili dovrebbero prendere le loro difese, ma per negligenza o
indifferenza essi hanno tollerato che venissero maltrattate. Non c’è dunque da
meravigliarsi se i loro invidiosi nemici e l’oltraggio dei villani, che le
hanno assalite con tanti dardi, hanno avuto la meglio in una guerra senza
difesa alcuna. Dov’è la città, anche molto forte, che non cadrebbe se rimanesse
senza difesa e la causa più ingiusta che non sarebbe vinta in contumacia da chi
la muovesse senza trovare opposizione? E le semplici, nobili dame, seguendo
l’esempio della pazienza predicata da Dio, hanno sopportato amabilmente le
grandi ingiurie loro rivolte, ingiustamente e con pregiudizio, sia con le
parole che con gli scritti, da quegli uomini che si appellano a Dio per provare
che le loro ragioni sono giuste. Ma è venuto il tempo che la loro giusta causa
sia tolta dalle mani del faraone, e per questa ragione noi tre dame che vedi
qui, mosse dalla pietà, siamo venute da te per annunciarti la realizzazione di
un edificio particolare, costruito come una cittadella fortificata con buone
fondamenta, che tu sei scelta e predestinata a costruire con il nostro
consiglio e aiuto, e nella quale abiteranno tutte le dame nobili e le donne
degne di lode.[26]
Cristina promuove, si dirà con Gramsci, «il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna» (Q. 1560).
Così, mia cara, a te tra le donne è affidato il
compito di progettare e costruire la Città delle Dame, e per realizzare
quest’opera attingerai acqua fresca da noi come da chiare fontane; noi ti
daremo abbastanza materiale, più resistente e duraturo di quanto potrebbe
essere il marmo fissato con il cemento. Così la tua città diventerà bella senza
pari e durerà per sempre.[27]
La città di Cristina, «sviluppandosi, sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali in quanto il suo svilupparsi significa appunto che ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento» la città stessa e «serve a incrementare il suo potere o contrastarlo» (Q. 1561).
Non hai forse letto di come il re Tros fondò la grande
città di Troia con l’aiuto di Apollo, Minerva e Nettuno, che la gente di allora
considerava dèi, e di come Cadmo fondò la città di Tebe per volere degli dèi?
Tuttavia, quelle città con l’andare del tempo sono decadute e andate in rovina.
Ma io ti annuncio, come una vera Sibilla, che questa città che tu fonderai con
il nostro aiuto, non sarà mai distrutta né decadrà, ma rimarrà prospera per
sempre, malgrado tutti i suoi invidiosi nemici. Per quanto potrà essere
assalita da più parti, non sarà mai conquistata né vinta.[28]
Se il Principe di Machiavelli «prende il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico» (Q. 1561), Cristina edifica una città a misura di donna, che prende il posto, nelle coscienze, della città di Dio di sant’Agostino. Più di un secolo prima del Principe e senza la misoginia di Machiavelli, la città di Cristina «diventa la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume» (Q. 1561):
La storia testimonia che molto tempo fa fu fondato il
regno delle Amazzoni, grazie all’iniziativa e all’impresa di molte dame di
grande coraggio che disprezzavano la condizione di servitù. E fu mantenuto da
loro per tanto tempo, sotto il comando di diverse regine, dame nobilissime che
loro stesse eleggevano, e che ben governarono e seppero conservare con forza i
loro dominî. Avevano molto potere e durante il loro regno conquistarono gran
parte dell’Oriente, terrorizzando tutte le terre vicine, e furono temute anche
dai Greci, che erano allora il fiore dei paesi del mondo. Nonostante ciò, con
il tempo, la potenza di quel regno decadde a tal punto che, come capita a tutti
i regni terreni, se ne è conservato solo il nome. Ma questa città che tu
costruirai sarà ben più forte; per nostra comune decisione ho il compito di
fornirti, per iniziare, una malta duratura e incorruttibile per scavare delle
forti fondamenta e per innalzare tutt’intorno delle mura grandi e spesse, con
bastioni alti e forti e fossati, torrioni e palizzate come si conviene a una
città che si dovrà difendere bene e a lungo. Seguendo i nostri consigli,
getterai delle fondamenta profonde, così da durare più a lungo, poi innalzerai
delle mura talmente alte, da non temere nessun nemico.[29]
L’opera di Cristina da Pizzano non è un’utopia né un trattato scolastico. Nella Città delle dame, scritta nel 1404-1405, «l’ideologia politica e la scienza politica si fondono nella forma drammatica del “mito”» (Q. 1555): un mito più antico ma non meno attuale, forse persino più attuale di quello del Principe, scritto nel 1513.
Nello «schizzo di tutta la storia italiana, sintetico ma esatto» (Q. 1559), auspicato da Gramsci, occorre restituire un posto di primo piano alle scrittrici cancellate dal canone letterario borghese. È vergognoso che si possa uscire dalla scuola ignorando Cristina da Pizzano (1365-1430). Non resta che ribadire quanto detto in occasione della giornata di studi “Che Genere di Saperi?”, svoltasi il 2 febbraio 2007 presso l’Università “Federico II” di Napoli. Le antologie e storie della letteratura in uso nelle scuole dovrebbero dedicare 50% dello spazio a scrittrici e 50% a scrittori. La proposta di Rignault e Richert,[30] secondo cui nei manuali si deve garantire un equilibrio numerico della rappresentazione di genere, non può essere elusa in un paese come l’Italia, dove, stando alla Legge costituzionale del 30 maggio 2003, n. 1 (Modifica dell’Art. 51 della Costituzione), «la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini».
Non bisogna stancarsi di ripetere, per fare pochissimi
esempi, che è vergognoso che si studi l’Umanesimo ignorando Isotta Nogarola
(1418-1466), autrice del trattato De pari aut impari Evae atque Adae peccato
(1451), tradotto negli Stati Uniti nel 2004, ma non pubblicato in Italia dal
1851; o ignorando Laura Cereta (1469-1499), a cui si devono epistole latine
tradotte negli Stati Uniti nel 1997, ma ancora da tradurre in italiano e non
ripubblicate nel nostro paese dal 1640; o ignorando Cassandra Fedele (1465?-1558),
scrittrice di lettere e di orazioni non ripubblicate in Italia dal 1636, ma
tradotte negli Stati Uniti nel 2000.[31] È vergognoso che sia dimenticata La nobiltà et
l’eccellenza delle donne, co’ diffetti e mancamenti de gli uomini di
Lucrezia Marinella (1571-1653), libro tradotto negli Stati Uniti nel 1999, ma
non pubblicato in Italia dal 1621.[32]
È vergognoso che non si legga suor Arcangela
Tarabotti (1604-52), autrice de La tirannia paterna, capolavoro tradotto negli Stati Uniti nel
2004, ma non pubblicato in Italia dal 1654.[33]
È vergognoso che si ignori il sonetto Sdegna
Clorinda a i femminili uffici di Petronilla Paolini Massimi (1663-1726).[34]
È vergognoso che si lasci nell’oblio una
canzone come Le donne italiane di Maria Giuseppina Guacci Nobile (1807-1848). E si
potrebbe continuare a lungo.
Delle sette o otto scrittrici citate solo Lucrezia
Marinella è ricordata nel saggio di Marina Zancan, dal titolo La donna, pubblicato nel volume Le
Questioni della Letteratura italiana diretta
da Alberto Asor Rosa (Einaudi, Torino 1986, pp. 765-827). Nel Dizionario bio-bibliografico, in due volumi, della stessa Letteratura italiana, intitolato Gli Autori (Einaudi, Torino 1990),
sono menzionate Lucrezia Marinella, Arcangela Tarabotti e Petronilla Paolini
Massimi, ma niente si dice di Cristina da Pizzano, di Isotta Nogarola, di
Cassandra Fedele, di Laura Cereta e di Maria Giuseppina Guacci Nobile.
Urge una riforma intellettuale e morale, un nuovo paradigma storico, in cui il dialogo fra l’operato delle donne e quello degli uomini si imponga in modo costante. La storia auspicata da Gramsci nel Quaderno 12 del 1932 (Appunti e note sparse per un gruppo di saggi sulla storia degli intellettuali) non può che essere oggi storia delle intellettuali e degli intellettuali:
se il risultato sarà la frantumazione del canone tradizionale, sicuramente se ne avvantaggerà la conoscenza delle cose come si sono svolte. Alla sostituzione di un orizzonte di una tradizione con un altro, ritengo sia da anteporsi, nel futuro prossimo, l’ipotesi di un intreccio reciproco, l’altalena dei prestiti e degli influssi vicendevoli, contro la ghettizzazione, contro le esclusioni, in nome della restituzione dei fatti, della realtà, delle concretezze, guardate con occhio il più possibile sgombro e lucido.[35]
L’Istituto Gramsci dovrebbe promuovere una iniziativa editoriale per le scrittrici italiane. Occorre pensare a una collana di testi analoga a quella avviata un secolo fa, nel 1910, da Benedetto Croce per gli “Scrittori d’Italia”.
La violenza messa in atto dalla borghesia nei confronti della memoria storica per cancellare quanto le donne hanno operato come soggetto di cultura e forcluderle dalla storia degli intellettuali non è che una forma sovrastrutturale di una violenza strutturale alla stessa società borghese. Nel pamphlet intitolato Contro le donne nei secoli dei secoli, Silvia Ballestra riporta i dati sulle violenze familiari in Italia: «un omicidio in famiglia ogni due giorni». E ancora: «la prima causa di morte e invalidità delle donne, nel mondo e in Europa, è per mano di partner, fratelli e padri violenti. Più della malaria, più degli incidenti stradali, più della guerra, più del cancro (l’Udi di Ferrara ha coniato un termine: femminicidio)».[36] C’è chi parla, con amara ironia, di «ginocidio».[37]
In Italia, secondo l’Istat, sono 6.743.000 le donne vittime
di violenza fisica o sessuale (il 31,9%); 5 milioni di donne sono vittime di
violenze sessuali (23,7%); 3.961.000 donne sono vittime di violenze fisiche
(18,8%); 6.092.000 donne hanno subito violenza psicologica dal partner attuale (36,9%
delle donne che vivono al momento in coppia); 1 milione 200 mila donne hanno
subito un comportamento persecutorio (stalking).
Negli ultimi 12 mesi il numero delle donne vittime di
violenza ammonta a 1.150.000 (5,4%). Nel 2006: 74 mila stupri, di cui il 16,6%
a danno di ragazze sotto i 16 anni. La violenza è compiuta nel 69,7% dei
casi dal partner e nel 17,4% da conoscenti. Solo nello 0,9% dei casi è opera di
sconosciuti. In altre parole, è più sicuro per una donna tornare a casa da sola
in piena notte, piuttosto che rimanere 24 ore su 24 in famiglia, con il
convivente, il fidanzato o il marito. Il 93% delle vittime non sporge denuncia
e appena il 18,2% considera la violenza domestica come un reato.
La violenza psicologica è subita da 7.134.000 donne, il
43,2% con il partner attuale. Di queste, 3.477.000 l’hanno subita spesso o
sempre (21,1%). Questo tipo di violenza si esprime con l’isolamento o il tentativo
di isolamento (46,7%), il controllo (40,7%), la violenza economica (30,7%), la
svalorizzazione (23,8%), le intimidazioni (7,8%).
L’ideologia borghese secondo cui i maltrattamenti
domestici sarebbero patrimonio esclusivo di culture, popolazioni e religioni
estranee alla cosiddetta civiltà occidentale, ovvero conseguenza di modi di
vita considerati propri delle classi subalterne (come alcolismo, disoccupazione
e tossicodipendenza), cade all’apparire del vero. Dall’esperienza più che
decennale del Telefono rosa si ha la seguente statistica, suddivisa per gruppi
sociali, degli autori di abusi familiari in Italia: «il primato del 19,1 per
cento spetta agli impiegati, seguiti dai professionisti (13,3 per cento), dai
commercianti (9,6 per cento), e poi da imprenditori, insegnanti, poliziotti,
artigiani…». Per la precisione, solo «l’8,8 per cento dei violenti è poco
istruito o socialmente emarginato».[38]
Non resta che pensare a una conclusione che, per dirla con Gramsci, non sia «qualcosa di estrinseco, di “appiccicato” dall’esterno, di retorico» (Q. 1556). L’epilogo è offerto da Rada Iveković nel libro intitolato Autopsia dei Balcani, in cui si ricorda che la questione dell’identità nazionale è «un godimento sostitutivo»: «si tratta, a dispetto del tempo, di godere a credito di una nazione bell’e fatta». Denunciando il nazionalismo come «esclusione del femminile», come «autismo storico-sociale» e come «regressione, in senso psicologico, alla condizione infantile», così scrive:
La responsabilità del socialismo e, a livello di
storia delle idee, la responsabilità di tutte le sinistre, al potere e non, è
incalcolabile. È di non aver capito che la diseguaglianza e l’ingiustizia
patite dalle donne, in tutte le società conosciute, non è una discriminazione
fra le tante, ma è alla base di tutte le altre discriminazioni ed è
costitutiva del sistema. Dato il consenso generale di cui gode, essa serve in
un certo senso da modello, utilizzabile analogicamente per altri tipi di
discriminazione: una discriminazione radicale, non databile storicamente, che
precede strutturalmente (se non temporalmente) tutte le altre. Ha inoltre una
portata simbolica straordinaria, ai fini del consenso, nel giustificare o
legittimare tutti gli altri tipi di discriminazione. Su di essa c’è un consenso
acquisito, di proporzione mondiale. Denunciarla significa operare per sradicare
anche tutte le altre discriminazioni.[39]
Federico Sanguineti
[1] Dedico queste «noterelle» a don Alessandro Santoro, parroco del quartiere delle Piagge a Firenze, per la sua proposta di «togliere i crocifissi da tutte le scuole e sostituirli con gli articoli della Costituzione»: un’iniziativa, direbbe Gramsci, di «laicismo assoluto» (Q. 1947). Con Q. si fa riferimento alle pagine dei Quaderni del carcere nell’edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975.
[2] Q. 1561.
[3] «Au fond, j’ai fait mienne l’analyse de Gramsci:
le pouvoir se gagne par les idées».
[4] Non solo la categoria di «nazionale-popolare» non coincide affatto con l’«identità nazionale» nel senso di Sarkozy, ma quest’ultima espressione non ricorre mai, se ho visto bene, nei Quaderni del carcere. Gramsci discute, poniamo, di «identità-distinzione tra società civile e società politica», di «identità di forma e contenuto», di «identità del razionale e del reale», di «identità di storia e filosofia», di «identità sostanziale tra il linguaggio filosofico tedesco e il linguaggio politico francese», di «identità di pensiero tra i due fondatori della filosofia della praxis», di «identità tra teoria e pratica», di «identità “Stato-classe”», di «identità [...] tra guerra di posizione e rivoluzione passiva», e via discorrendo, ma neppure una volta, salvo errore da parte mia, di «identità nazionale». In una nota del Quaderno 21 (Problemi della cultura nazionale italiana), intitolata Concetto di «nazionale-popolare», si usa l’espressione «identità di concezione del mondo tra “scrittori” e “popolo”» (Q. 2124), non certo «identità nazionale». Attribuire a Gramsci una «questione dell’identità nazionale» contribuisce a inserire la sua opera all’interno di una cornice di pensiero (frame, direbbe Lakoff) a lui avversa ed estranea. Per la nozione di frame rinvio a GEORGE LAKOFF, Non pensare all’elefante, Fusi Orari, Roma 2006.
[5] LUCIA ANNUNZIATA, Ségolène: la sicurezza? Hanno ragione i sindaci, in «La Stampa», 10 settembre 2007, p. 12.
[6] Dieci bambini e sette adulti trovano rifugio nel centro diocesiano di Pieve Porto Morone: «Gli adulti non possono uscire per lavorare, i figli non possono frequentare la scuola: erano iscritti negli istituti di Pavia, che però dista 25 chilometri. E ieri sera hanno dovuto subire l’ennesima manifestazione xenofoba […] Trecento ragazzotti muscolosi e rapati che circondano una casa minacciando donne e bambini» (LAURA EDUATI, La vigliaccata dei fascisti a Pavia: assalto di massa a 10 bambini rom, in «Liberazione», 15 settembre 2007.
[7] GIUSEPPE LEGATO, Sgomberati 150 nomadi, in «La Stampa», 15 settembre 2007, p. 50: «Venticinque militari delle compagnie Oltredora (agli ordini del maggiore Luigi Isacchini), San Carlo e nucleo radiomobile sono arrivati in queste fabbriche dismesse che i rom ancora dormivano. Stesi su materassi lerci, in mezzo a una montagna di rifiuti ed escrementi, i nomadi non hanno opposto resistenza. Hanno solo chiesto di poter prendere le loro cose e sono finiti in caserma uno per uno denunciati per occupazione abusiva di suolo pubblico. Dentro la fabbrica, una vera e propria bidonville, sono rimasti materassi ammassati, alcune vecchie fornacette in rame e dischi datati in vinile di Adrian Copilul Minune, un rocker romeno che spopola a Bucarest. […] Negli ultimi giorni le proteste dei cittadini si erano moltiplicate (come documentato su La Stampa dell’altroieri). A ruota erano arrivate le iniziative politiche con le interrogazioni al sindaco del consigliere di An Roberto Ravello».
[8] Testualmente: «Certo. Lenin diceva: il problema è l’analisi concreta di una situazione concreta» (citato da CONCITA DE GREGORIO, “Tolgo i lavavetri ai semafori seguo la lezione di Lenin”, in «La Repubblica», 3 settembre 2007, p. 13).
[9] Citato da MARCO GASPERETTI, Firenze, ora i lavavetri rischiano l’arresto, in «Corriere della sera», 28 agosto 2007, p. 19.
[10] Basti dire che nel terzo volume del Grande dizionario italiano dell’uso, ideato e diretto da Tullio De Mauro, Utet, Torino, 2000, p. 1035, si passa da loria («uccello del genere Loria [!] diffuso nelle zone montuose della Nuova Guinea») a lorica («corazza»).
[11] VITTORIO ZINCONE, Gli danno del leghista. «Ma di sinistra», in «Corriere della sera. Magazine», n. 38, 20 settembre 2007, pp. 40 e 42.
[12] Citato da WALTER C. LANGER, Psicanalisi di Hitler. Rapporto segreto del tempo di guerra, Milano, Garzanti, 1973.
[13] ANDREA RONCHI e ARTURO SALERNI, Le ordinanze dei sindaci mettono sullo stesso piano spacciatori e lavavetri, in «Liberazione», 20 settembre 2007, p. 10.
[14] Numero di omicidi nel corso del 2006 in Italia: 621. Nel 1993 erano 1.065. Furti in appartamento nel corso del 2006 in Italia: 445 ogni 100.000 abitanti. Nel 1993 erano 634. Scippi: nel 1993 erano in Italia 200 ogni 100.000 abitanti. Nel 2006 sono scesi a 80.
[15] SUSANNA MERLETTI, Lavavetri e prostitute non sono criminalità, in «Liberazione», 22 settembre 2007, p. 13.
[16] TONINO BUCCI, «Diamo il Nobel per la pace al popolo Rom», in «Liberazione», 22 settembre 2007, p. 1.
[17] Rinvio, per chi non l’abbia ancora visto, al film di Silvio Soldini, Giorni e nuvole (2007).
[18] HANS KRISTENSEN, Us nuclear weapons in Europa. La notizia è riportata su «Liberazione», 16-17 settembre 2007, ed era già apparsa su «l’Unità», 10 e 12 febbraio 2005. Aggiungo che questi ordigni «apparterrebbero al tipo B61-3, con una potenza di 107 kiloton, dieci volte superiore all’atomica di Hiroshima, B61-4, con una potenza massima di 45 kiloton, e B61-10 di potenza 80 kiloton» e che «mentre ad Aviano si tratta di ordigni che i piani militari assegnano, in caso di conflitto, ad aerei da caccia degli Stati Uniti, le bombe nucleari presenti nei depositi di Ghedi La Torre sono invece assegnate ad aerei italiani Pa-200 Tornado, con la conseguente necessità di addestramento costante dei piloti italiani nell’eventualità che in caso di guerra il Presidente americano ordini il loro utilizzo» (http://www.camera.it/_dati/leg14/lavori/odg/cam/allegati/20050310.htm).
[19] SUBCOMANDANTE MARCOS, La quarta guerra mondiale è cominciata, il manifesto, Roma 1997, pp. 17-18.
[20] «Most people would classify Amalita as Euro-trash, I
thought she was funny»; «Molti classificano Annalita come Euro-trash, io la trovo
divertente».
[21] SARA FAROLFI, Porca miseria, «il manifesto», 7 ottobre 2005, pp. 1-2.
[22] http://www.sosimpresa.it/iniziative/2007/assemblea2210/decimo_rapporto.pdf (Le mani della criminalità sulle imprese). Alessandra Ziniti, “Mafia Spa, la prima azienda del paese”, in «la Repubblica», 23 ottobre 2007, p. 11: «A Palermo e Catania pagano otto commercianti su dieci, a Reggio Calabria sette su dieci, quattro su dieci a Napoli e a Bari. Sono 160 mila da Aosta ad Agrigento. Il 20 per cento».
[23] MASSIMO SOLANI, «Le banche? Lavatrici per i soldi della mafia», in «l’Unità», 12 settembre 2007, p. 13.
[24] CHRISTINE DE PIZAN, La città delle dame, a
cura di Patrizia Caraffi, Luni, Trento 1998, pp. 43
e 45.
[25] CHRISTINE DE PIZAN, La città delle dame, a
cura di Patrizia Caraffi, Luni, Trento 1998, pp. 53
e 55.
[26] CHRISTINE DE PIZAN, La città delle dame, a cura di Patrizia Caraffi, Luni, Trento 1998, p. 55.
[27] CHRISTINE DE PIZAN, La città delle dame, a cura di Patrizia Caraffi, Luni, Trento 1998, p. 57.
[28] Ibidem.
[29] CHRISTINE DE PIZAN, La città delle dame, a cura di Patrizia Caraffi, Luni, Trento 1998, pp. 57 e 59.
[30] SIMONE RIGNAULT et PHILIPPE RICHERT, La
répresentation des hommes et des femmes dans les livres scolaires. Rapport au
Premier ministre, Paris, La documentation Française, 1997, p. 70.
[31] ISOTTA NOGAROLA, Complete Writings. Letterbook, Dialogue on Adam and
Eve, Orations,
Edited and Translated by Margaret L. King and Diana Robin, The University of
Chicago Press, 2004; LAURA CERETA, Collected
Letters of a Renaissance Feminist, Transcribed, translated and edited by
Diana Robin, The University of Chicago Press, 1997; CASSANDRA FEDELE, Letters and Orations, Edited and
translated by Diana Robin, The
University of Chicago Press, 2000.
[32] LUCREZIA MARINELLA, The Nobility
and Excellence of Women and the defects and Vices of Men, Edited and
Translated by Letizia Panizza, The University of Chicago Press, 1999.
[33] ARCANGELA TARABOTTI, Paternal
Tiranny, Edited and Translated by Letizia Panizza, The University of
[34] PETRONILLA PAOLINI MASSIMI, Le rime. Raccolta degli editi, con un saggio di Michela Volante, Avezzano, C. d. C. Editrice, 2004. pp. 84-85.
[35] LUISA RICALDONE,
Il Settecento, per esempio, in ANNA MARIA CRISPINO (a cura di), Oltrecanone. Per una
cartografia della scrittura femminile, Roma, Manifestolibri, 2003, pp.
55-56.
[36] SILVIA BALLESTRA, Contro le donne nei secoli dei secoli, Milano, Il Saggiatore, 2006, pp. 50-51.
[37] DANIELA DANNA, Ginocidio. La violenza contro le donne nell’era globale, Milano, Elèuthera, 2007.
[38] SIMONA ARGENTIERI, E l’Italia, cit. p. 250.
[39] RADA IVEKOVIĆ, Autopsia
dei Balcani. Saggio di psico-politica, Milano, Cortina, 1999, pp. 32-33 e
36.