Molto di ciò che Gesù ha detto nella sua vita e soprattutto molti dei suoi atti mostrano che egli non aveva un solo padre (Dio), il padre esigente, che impone le sue leggi, richiede vittime, lontano, invisibile irraggiungibile, di cui occorre che «sia fatta la volontà». Le sue prime esperienze Gesù le fece con un altro padre, Giuseppe, il quale non si metteva mai in mostra, proteggeva e amava Maria e il bambino, lo incoraggiava, lo metteva al centro della sua esistenza, lo serviva. Deve proprio essere stato questo Giuseppe, dotato di vera modestia, a offrire al bambino il criterio di misura per la verità e a trasmettergli l’esperienza dell’amore. Perciò Gesù fu in grado di smascherare l’ipocrisia dei suoi contemporanei. Un bambino educato secondo i principi tradizionali, che alla sua nascita non conosca null’altro, non può smascherare l’ipocrisia dei suoi contemporanei, perché gli manca un metro di paragone. Chi conosca sin da bambino soltanto questa atmosfera, la troverà ovunque normale e forse ne soffrirà, ma non sarà in grado di riconoscerla per quello che è. Nel caso in cui da bambino non abbia sperimentato amore, ne avrà struggente desiderio, senza saper bene però di cosa si possa trattare. Ma Gesù lo sapeva.

Si accrescerebbe senza dubbio il numero di persone capaci di amare, se la Chiesa, invece di appellarsi all’obbedienza verso l’autorità e a partire da questa attendersi devozione a Cristo, comprendesse l’estrema importanza che riveste l’atteggiamento di Giuseppe. Serviva suo figlio perché lo considerava Figlio di Dio. Che cosa succederebbe se considerassimo anche noi i nostri bambini come figli di Dio, cosa che sarebbe altrettanto possibile? Nel suo messaggio natalizio del 1979, riferendosi all’«Anno del bambino», il papa Giovanni Paolo II disse che bisogna trasmettere degli ideali ai bambini. Queste parole, provenienti da un uomo capace di amare, sono certamente animate dalle migliori intenzioni. Ma quando pedagoghi sia del clero, sia secolari si accingono a trasmettere al bambino ideali predeterminati si valgono invariabilmente dei metodi della «pedagogia nera» e, nel caso migliore, addestrano il bambino a diventare un adulto capace a sua volta di educare, ma non di amare.

I bambini che vengono rispettati imparano a loro volta il rispetto. I bambini che vengono serviti, imparano a servire, a servire i più deboli. I bambini che vengono amati per quello che sono, imparano anche loro a essere tolleranti. Soltanto su questa base possono nascere i loro ideali personali, che non potranno non essere umanitari, perché scaturiscono dall’esperienza d’amore.

[…] Ma chi sono mai, in realtà, coloro che si danno da fare affinché le norme della società siano rispettate, che perseguitano quelli che la pensano diversamente e li mettono in croce, se non proprio gli individui che hanno ricevuto una «buona» educazione? Sono proprio coloro che hanno imparato ad accettare nell’infanzia la loro morte psichica e se ne rendono conto solo quando incontrino bambini o adolescenti che sono invece pieni di vitalità. Si sentiranno allora costretti a spegnere nell’altro quell’elemento vitale, affinché esso non faccia loro ricordare quello che hanno perso.

[…] Ogni anno in tutto il mondo cristiano il bambino viene onorato nella celebrazione del Natale, ma la pedagogia di impronta cristiana non è mai stata guidata da questo atteggiamento. Anche supponendo che Gesù non derivasse la capacità d’amore, la sua autenticità e bontà dall’atteggiamento straordinariamente amorevole di Maria e Giuseppe, ma dalla Grazia del suo padre divino, ci si potrebbe domandare perché Dio affidasse proprio a quei genitori terreni il compito di prendersi cura del proprio Figlio. È a dir poco stupefacente che nessuno dei seguaci di Cristo si sia mai posto questo interrogativo, che avrebbe potuto imprimere nuovi orientamenti alla pedagogia. I servizievoli genitori di Gesù bambino non sono mai stati posti come modello, mentre nei libri religiosi si raccomanda, invece, di intervenire con rigide misure educative già col lattante.

Alice Miller, Il bambino inascoltato. Realtà infantile e dogma psicoanalitico, Torino, Bollati-Borighieri, 1990, p. 101 e ss.